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Psicoterapia

Sostegno alla genitorialità

Terapia del divorzio


Vorrei aprire questo articolo cercando di fare chiarezza su un aspetto centrale, dal mio punto di vista, nell’inquadrare questo tipo di assetto relazionale disfunzionale e ha che fare con il tema della consapevolezza.
Non si può parlare di dipendenza affettiva solo come se fosse un sintomo evidente (come l’ansia o l’attacco di panico). Questa ha radici molto profonde e spesso celate anche agli occhi della persona stessa.
Diciamo che la consapevolezza sarebbe già un buon punto dal quale poter partire per affrontare questa complessa condizione relazionale. Perché la maggior parte delle persone che si trovano a vivere legami caratterizzati da questo tipo di dinamica relazionale non ne sono assolutamente consapevoli.
La dipendenza è un ingrediente necessario in qualsiasi relazione di vicinanza tra le persone. La dipendenza affettiva di per sé non rappresenta infatti un elemento patologico, ma funge da motore nel dare il via ad una buona relazione sentimentale, in particolare durante la fase dell’innamoramento. Riuscire ad entrare in contatto emotivo con l’altro, sentirsi in sintonia, immaginare quello che l’altro sta pensando o che desidera sono aspetti fisiologici; è assolutamente normale che ciò accada nel momento in cui si struttura un legame di vicinanza, che sia amicale o sentimentale.
Tutti gli aspetti che ho appena citato dovrebbero, però, caratterizzare prevalentemente le prime fasi della strutturazione di un legame affettivo, stabilizzandosi via- via che il rapporto si consolida nel tempo. Di conseguenza l’altro dovrebbe passare dall’essere il centro dei nostri pensieri, occupando un posto sempre significativo nel nostro orizzonte, senza però che questo offuschi tutto il resto, rimanendo sempre in primo piano.
La dipendenza affettiva disfunzionale può essere definita come uno stato psicopatologico in cui la relazione di coppia si trova al centro del proprio orizzonte, essendo vissuta come una condizione indispensabile e necessaria per la propria esistenza.
All’altro, di conseguenza, viene attribuita un’importanza tale per finire con il dover annullare se stessi allo scopo di mantenere vivo e saldo il legame.
Infatti questo meccanismo così disfunzionale viene alimentato e coltivato per evitare di affrontare la paura che si cela dietro a tale costruzione e cioè la rottura della relazione stessa.
Questi comportamenti non devono avere a che fare, per forza, con aspetti particolarmente significativi della vita di coppia, ma sono spesso individuabili nella quotidianità relazionale; per questo motivo spesso possono passare inosservate, come se avessero poco peso, ma per lo stesso motivo possono diventare anche così pericolosi.
Nella mia esperienza ho appreso che esistono alcune caratteristiche tipiche nella maggior parte delle persone che si trovano a vivere legami di dipendenza affettiva patologica.
L’aspetto che trovo sempre più evidente è lo scarso livello di autostima. Questo è strettamente collegato all’idea di non essere degni o meritevoli di essere amati, corrisposti; né tanto meno di poter ricevere neanche una minima parte di quello che si trovano a fare per il partner, anzi dando per scontato che quello sia una loro responsabilità o un vero e proprio dovere.
Tutto l’impegno che si impiega nel prendersi cura dell’altro, ovviamente, non è un elemento che la persona si riconosce né in senso generale né quantificando gli sforzi e la fatica che una dinamica del genere richiede. Quindi tutto questo lavoro non solo non viene riconosciuto da chi ne tra benefici, ma tanto meno da chi lo attua!
Di conseguenza la persona si sentirà sempre insoddisfatta: innanzitutto di sé dato che non potrà mai fare abbastanza per l’altro (che avrà sicuramente un quadro psicologico abbastanza complesso e delicato), rischiando così di sentirsi inutilmente in colpa; ma anche della qualità della relazione essendo così sbilanciata.
Non ultimo per importanza, questo assetto relazionale è caratterizzato da una profonda e angosciante paura di essere abbandonato e di trovarsi solo. Neanche a dirlo, questa paura alimenterà il perverso circuito di ricerca della vicinanza dell’altro.
Il paziente che vive in questa dinamica relazionale finisce, spesso, per mettere al centro del suo mondo l’altro, finendo per annullare sé stesso.
Questo percorso può iniziare da aspetti banali o di poca rilevanza per i quali sembra anche semplice riuscire ad adeguarsi, giungendo poi a sacrificare completamente se stessi.
Tutti i principali aspetti della persona possono finire in secondo piano:
Niente sembra che possa mantenere uno spazio di autonomia dall’altro.
Allora il mondo dell’altro diventa il centro del proprio mondo: se l’altro soffre, è triste, è arrabbiato diventa un problema di entrambi.
La persona incastrata in questa dinamica non riesce più a discriminare gli stati d’animo che la riguardano da quelli che vive l’altro, vivendo in un perenne stato di inadeguatezza, senso di colpa e aspettative irrealizzabili.
Inevitabilmente non potrà che rimanere deluso dall’altro non potendosi rivelare la persona così speciale e “mitica” che pensava potesse essere.
Quello che potrebbe fare per l’altro non è mai abbastanza; nonostante il tempo e le energie utilizzate risulta impossibile rendersi, né tanto meno sentirsi, adeguato.
Questo vortice negativo è continuamente alimentato dal dipendente stesso, nella vana speranza di riuscire a corrispondere all’ideale dell’altro che non potrà mai raggiungere. Ma non perché non potrebbe esserne capace, bensì perché non sarebbe umanamente possibile perché non realistico.
Tutto questo, oltre alla fatica, genera anche grosse frustrazioni, sentimenti negativi di inadeguatezza e sconfitta personali che non fanno altre che diminuire l’autostima.
Ed è proprio questo l’aspetto così centrale nella dinamica in atto. Se penso di valere poco dovrò cercare di dimostrare il contrario, ma continuando a mettermi in una situazione di totale “sottomissione” psicologica vedrò riconfermarsi il fatto che valgo poco…
La dipendenza affettiva non si manifesta esclusivamente nell’ambito delle relazioni di coppia, ma è riscontrabile anche nei confronti di tutte le figure emotivamente significative.
Finora mi sono concentrata sulla persona che vive la dipendenza affettiva direttamente, ne ho sottolineato le difficoltà e tratteggiato le caratteristiche principali.
Ma trattandosi di una dinamica c’è bisogno di un’altra persona che vi colluda.
La persona dipendente ha spesso una percezione di sé come scarsamente degno di amore e persino di rispetto; come se avesse imparato a non aspettarsi affetto, vicinanza emotiva e sostegno in maniera incondizionata. Anche se in maniera del tutto inconsapevole tenderà a mettersi accanto partner psichicamente problematici: evitanti, anaffettivi, narcisisti, che non potranno far altro che confermare l’immagine negativa che il dipendente ha già di sé stesso.
Se dovessi riconoscerti in questo quadro un percorso di psicoterapia potrebbe aiutarti a superare le condizioni di sofferenza legate a tale stato.
Attraverso un percorso che faccia emergere chiaramente il proprio funzionamento, gli aspetti disfunzionali che lo alimentano e le difficoltà ad esso legate, poiché spesso non vi è una reale consapevolezza; approfondendo quali siano state le esperienze negative passate in base alle quali la persona, una volta adulta, si trovi sempre ad instaurare relazioni disfunzionali.; entrando in contatto con i vissuti per dargli il giusto riconoscimento, imparando a mettere sé stessi in una posizione di maggiore centralità.
In questi casi la terapia sistemica relazionale si dimostra un valido approccio siccome permette di lavorare approfonditamente nella comprensione delle dinamiche relazionali, curando quelle disfunzionali e patologiche. Permettendo così alla persona di comprendere le motivazioni che hanno strutturato il quadro di dipendenza affettiva patologica, lavorando poi sui legami che non funzionano.
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