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Psicoterapia

Sostegno alla genitorialità

Terapia del divorzio


Potrebbe sembrare un luogo comune, o un cliché da banale commediola cinematografica, eppure molto spesso mi è capitato di incontrare pazienti (non solo donne) che hanno chiesto il mio aiuto perché “condannati” all’incontro del solito genere di partner sbagliato.
Sbagliato perché maltratta psicologicamente o fisicamente, perché tradisce, perché illude, perché ci ostacola nelle scelte, o perché ci fa sentire “in prigione” e via discorrendo.
Di frequente queste persone attribuiscono questi incontri alla “sfortuna”, al caso e questa è una delle tipiche frasi che sento dire:
“Li/le trovo tutti io così!”
“Non sono io che li/le cerco così, mi capitano!”.
Questo non è del tutto corretto: cioè se è vero che queste relazioni non sono il frutto di una scelta consapevole, pensata e attuata con coscienza, è però vero che si tratti comunque di una SCELTA; per cui non scomodate il caso e la sfortuna perché qui non ve n’è traccia!
Potrà sembrarvi una rivelazione curiosa e preoccupante, ma in realtà non è così. Essere consapevoli di quello che ci accade è sempre il primo passo per poter fare un cambiamento; quindi se si tratta di una scelta è possibile poterne effettuare anche una diversa.
Secondo Cancrini e Harrison (1986) la scelta del partner non è mai del tutto legato alle caratteristiche dell’amato ma ci si innamora dell’immagine che l’altro ci rimanda e che noi rimandiamo a lui. Da questo scambio reciproco nasce ciò che noi chiamiamo relazione.
L’innamoramento è un processo di presunzione di somiglianza che conduce a definire l’altra persona in base alle proprie identificazioni originarie, proiettando su di essa la capacità di soddisfare i propri bisogni.
Il partner viene scelto per risolvere un proprio bisogno, inteso come carenza vissuta nella famiglia d’origine; ci mostra una possibilità di crescita perché sembra esperto nell’affrontare un problema affettivo, emotivo e relazionale che nella nostra storia è rimasto insoluto.
Ho appena parlato di “presunzione di somiglianza” perché, in realtà, è la diversità che rappresenta il vero motivo della scelta; non l’attrazione per le similitudini, né l’innamoramento.
Oppure può capitare che si scelga un partner perché ci somiglia in un determinato limite e senza esserne consapevoli si può finire per attaccare nell’altro qualcosa che non sopportiamo di noi stessi.
Un’analisi del processo che guida la scelta del partner sarebbe incompleta se non si parlasse dell’importanza che ha la famiglia d’origine. È necessario, a questo proposito, porre l’attenzione sulla qualità delle prime relazioni di accudimento che ciascuno ha vissuto con i propri genitori, o con chi per loro ne ha fatto le veci.
La famiglia è sempre il primo ambiente relazionale in cui il bambino impara a strutturare relazioni e la qualità di queste è un ottimo elemento predittivo per la scelta di un buon partner da adulti.
In poche parole: le persone che hanno avuto buone relazioni di attaccamento con i propri genitori, e cioè si sono sentite accolte, comprese, riconosciute, sostenute sceglieranno dei partner che sostanzialmente li renderanno felici; al contrario chi proviene da esperienze relazionali infantili deprivate, si trascuratezza o anche di eccessiva cura ed eccessivo controllo potrà trovarsi alle prese con partner che puntualmente lo/la deluderà e lo/la farà soffrire.
Ci tengo a sottolineare questo concetto che può sembrare poco pertinente, perché legato ad esperienze lontane nel tempo, ma che rappresenta la chiave di volta per comprendere situazioni di questo genere: in base alle esperienze che abbiamo vissuto nell’infanzia, sceglieremo un partner attraverso due modalità: per somiglianza o per opposizione, rimanendo comunque all’interno di relazioni conosciute.
Così finiamo per scegliere qualcosa di familiare, perché è quello che conosciamo meglio e se l’esperienza vissuta ci ha fatto soffrire ci culleremo nella speranza di riparare un passato tanto frustrante e doloroso.
Molte persone pensando alla loro esperienza relazionale infantile possono provare dei profondi vissuti di colpa e responsabilità quando non sono stati amati dai propri genitori, (come se la colpa potesse essere attribuibile ad un bambino piccolo…) finendo per considerarsi individui poco interessanti, non amabili e indegni delle giuste cure e delle attenzioni altrui.
Questa immagine di sé così negativa finirà per rinforzarsi nel corso degli anni ogni qualvolta che, appunto, incontreranno il partner sbagliato che gli dimostrerà ancora una volta di non essere degni di ricevere né amore, né rispetto.
In questi casi, ovviamente, la scelta va a ricadere su individui estremamente problematici, i quali dopo magari aver offerto un primo periodo sufficientemente positivo, iniziano a manifestare atteggiamenti di ostilità, maltrattamento, oppure possono diventare aggressivi, addirittura violenti verbalmente o fisicamente.
Un altro caso frequente è quello della “sindrome della crocerossina”: quando una relazione diventa una missione.
Qui la relazione assume delle caratteristiche ben definite per cui la persona (frequentemente una donna) incontra un partner in particolari difficoltà (a volte a carattere relazionale, fino ad arrivare all’abuso di sostanze, alla ludopatia, alla violenza e alla sottomissione).
Invece di scappare da un incontro del genere, si mettono in atto strategie riparatorie delle esperienze relazionali infantili cercando di salvare il compagno di turno dal suo ineluttabile destino.
Questo tipo di relazioni sono estremamente coinvolgenti.
La crocerossina rischia di annullarsi completamente per occuparsi esclusivamente delle difficoltà e dei bisogni del partner che appaiono sempre come urgenti, profondi e senz’altro più importanti dei propri. Spesso, comunque, si tratta di donne molto competenti che nel frattempo portano avanti la famiglia, lavorano, etc.
Rapporti di questo genere sono così complessi e difficilmente abbandonabili perché si crea un vero e proprio circolo vizioso per cui “l’amore” non corrisposto collude con il profondo desiderio di riceverlo proprio dalla persona che si rifiuta di darlo (ripetendo così la dinamica relazionale di attaccamento per cui il genitore del quale si desiderava ardentemente amore, lo rifiutava costantemente).
Se leggendo questo articolo vi siete riconosciuti/e in una dinamica di coppia del genere, se vi siete stancati di “recitare il solito copione” sappiate che non sarete condannati a vita a dover subire l’insoddisfazione e la frustrazione, ma che è possibile prendere strade diverse e scegliere partner diversi. Qualora abbiate bisogno di un aiuto nell’intraprendere questo percorso non esitate a contattarmi, trovate tutte le indicazioni nelle pagine Consulenze e Contatti.
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